Il recente avvelenamento di lupi all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise rappresenta un fatto gravissimo, che non può essere archiviato come un episodio isolato. È un gesto deliberato, miope, che colpisce non solo una specie protetta ma l’intero sistema di valori, conoscenze e relazioni che quel territorio ha costruito in decenni di tutela ambientale.

Il Parco d’Abruzzo non è un luogo qualsiasi. È uno dei simboli storici della conservazione in Italia, un laboratorio a cielo aperto dove si è dimostrato che la convivenza tra uomo e fauna selvatica è possibile. Proprio qui il lupo appenninico ha trovato rifugio nei momenti più bui della sua storia, quando la specie era sull’orlo dell’estinzione. Da queste montagne è partita la sua lenta ma straordinaria ripresa, che oggi rappresenta uno dei più importanti successi della conservazione europea.

Colpire il lupo in questo contesto significa colpire una storia collettiva, fatta di impegno scientifico, di scelte politiche lungimiranti, di comunità locali che hanno progressivamente maturato una cultura della coesistenza. È un attacco non solo alla biodiversità, ma anche all’identità del territorio.

Dal punto di vista ecologico, il lupo è un elemento chiave degli equilibri naturali. Come predatore apicale, regola le popolazioni di ungulati, contribuisce a mantenere sani gli ecosistemi e favorisce quella complessità biologica che è alla base della resilienza ambientale. Eliminare il lupo, o anche solo indebolirne la presenza, significa alterare questi equilibri, con conseguenze che si riflettono sull’intera catena ecologica.

Ma c’è anche un aspetto troppo spesso sottovalutato: il valore economico della presenza del lupo. Nei territori dove la specie è protetta e valorizzata, il lupo è diventato un elemento centrale dell’attrattività turistica. Escursionismo, turismo naturalistico, attività didattiche e culturali trovano nella presenza di una fauna selvatica integra un elemento distintivo e competitivo. In questo senso, il lupo non è un ostacolo allo sviluppo, ma una risorsa strategica per un modello economico sostenibile e duraturo.

Per questo, l’avvelenamento rappresenta un gesto doppiamente dannoso: distrugge valore ambientale e mina opportunità economiche. È l’espressione di una visione arretrata, incapace di leggere la complessità e le opportunità del presente.

Non si può poi ignorare la natura profondamente vile di questi atti. L’uso del veleno è una pratica indiscriminata, che colpisce qualsiasi animale entri in contatto con le esche: lupi, volpi, orsi, rapaci, cani. È un metodo subdolo, che agisce nell’ombra e che si configura come un comportamento non solo illegale, ma culturalmente regressivo.

È necessario dirlo con chiarezza: siamo di fronte a un gesto vile e mafioso, che si nutre di silenzi, complicità e omertà. Un gesto che nulla ha a che vedere con le legittime difficoltà che possono vivere alcune categorie, e che invece appartiene a una logica di sopraffazione e illegalità.

A fronte di tutto questo, è doveroso esprimere pieno sostegno all’azione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, che da anni opera con competenza e dedizione per la tutela della biodiversità e per la costruzione di un equilibrio possibile tra attività umane e natura. È fondamentale che le autorità competenti facciano piena luce su quanto accaduto, individuando i responsabili e assicurandoli alla giustizia.

Ma la risposta non può essere solo istituzionale. Deve essere anche e soprattutto culturale. Proprio il territorio del Parco, che nel tempo ha saputo costruire una delle esperienze più avanzate di conservazione in Italia, è chiamato oggi a dimostrare la forza dei propri anticorpi sociali. È qui che deve emergere con decisione una presa di posizione netta, capace di isolare chi agisce contro l’interesse collettivo.

Rompere il muro di omertà è un dovere civico. Significa difendere il proprio territorio, la propria storia, il proprio futuro. Significa scegliere da che parte stare: dalla parte della natura, della legalità e della convivenza, oppure da quella della paura, dell’illegalità e della distruzione.

Il lupo, che per secoli ha resistito e che proprio in queste terre ha trovato rifugio, non può oggi essere tradito. Difenderlo significa difendere un patrimonio comune che appartiene a tutti.

Negli ultimi anni, inoltre, si sta affermando in Europa un dibattito sempre più acceso sul possibile declassamento dello status di protezione del lupo. Questo scenario non è solo una questione normativa, ma rappresenta un vero e proprio passaggio culturale.

Il rischio è quello di scivolare da una visione fondata sulla tutela e sulla convivenza, a una narrazione semplificata e distorta del “lupo cattivo”, che può finire per legittimare comportamenti impropri o addirittura illegali nei confronti della fauna selvatica.

Una gestione responsabile della presenza del lupo non può prescindere da basi scientifiche solide, da strumenti di prevenzione efficaci e da un lavoro continuo di educazione e sensibilizzazione. Ridurre il tema a una contrapposizione emotiva significa indebolire anni di progressi nella conservazione e rischiare di compromettere l’equilibrio degli ecosistemi.

In questo contesto, diventa ancora più importante promuovere una cultura del camminare consapevole, capace di leggere il territorio, comprenderne le dinamiche ecologiche e riconoscere il valore della biodiversità come bene comune.